Acutezza visiva

L’ acutezza visiva, o acuità visiva, misura quanto si vede ossia con quale livello di definizione dell’immagine. Si tratta della capacità che ha il nostro apparato visivo di distinguere due punti vicini come separati: con quanto più si percepiscono distinti, maggiore sarà l’acutezza visiva. Complicando un po’ le cose possiamo dire che l’acutezza visiva è la misurazione dell’angolo minimo sotto cui devono essere visti due punti separati. L’angolo minimo preso in considerazione è un primo ossia un sessantesimo di grado. L’acutezza visiva viene misurata mediante gli ottotipi, ossia lettere e/o simboli con grandezza progressivamente decrescente. L’ottotipo deve essere posizionato a un distanza minima di tre metri. Il tabellone su cui sono stampate le lettere/simboli si definisce tavola o tabella ottotipica.

L’acutezza visiva considerata normale è di 10/10 (Monoyer), 20/20 (Snellen), 1.0 (Decimale) o 0.0 (logMAR). Questo valore si ottiene quando l’angolo minimo che si apprezza almeno da tre metri è, appunto, un primo. Però l’acuità visiva può essere superiore a 16/10 od oltre. E’ importante sottolineare che l’acuità visiva non esprime né il difetto visivo né la sua entità. Infatti possiamo avere un visus corretto di 10/10 anche con un difetto di vista. La misurazione dell’acuità deve essere effettuata sia ‘naturale’, cioè senza correzioni con lenti, e sia con correzione. Si distingue, quindi, un visus naturale e uno corretto. Ad esempio, in un soggetto che ha 7/10 (con una correzione di 5 diottrie di miopia) la massima acuità visiva gli consente, portando gli occhiali, di leggere a 7 metri quello che una persona che non li porta (ossia un emmetrope) legge a una distanza di 10 metri. Non sempre. In ogni caso, quello che si deve ricercare è la lente del giusto potere: per far sì che i raggi luminosi cadano a fuoco sulla retina si ottiene cosi quello che gli anglosassoni definiscono la BCVA (Best Corrected Visual Acuity), cioè la massima acuità visiva corretta che l’occhio può esprimere. Questo dipende da molti fattori: grado di trasparenza dei mezzi diottrici (cornea, umor acqueo, cristallino, corpo vitreo), aberrazioni ottiche dei mezzi stessi, funzione foveale (corretto funzionamento della zona centrale della retina), integrità delle vie ottiche e corretto sviluppo della funzione della corteccia cerebrale deputata alla visione (circa un terzo della superficie corticale, soprattutto a livello occipitale).

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